VIRACOCHA

Il risveglio fu un tormento, come di spilli che trafiggevano il corpo: le mani ulcerate iniziavano a piagarsi, le labbra ardevano come il fuoco di una fornace e nel cranio risuonava ancora il fragore della tempesta. L’acqua salmastra sciabordava, lambendo quel corpo martoriato.

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SE SOLO TU PARLASSI

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Ti ho lasciata, sembra assurdo, ma l’ho fatto; sei libera ormai. È stata una decisione sofferta, ma non potevamo continuare. Non perché non ti amassi più, ma perché non c’era più un futuro per noi due: la gente non avrebbe capito, non avrebbe accettato e avremmo trascorso il resto della nostra vita criticati e accusati di chissà quali colpe. E tu saresti stata la più colpita, la più indifesa.

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DESIDERIO

 

Eccoti finalmente. Anche stamattina guardi nella borsa, sbuffi indispettita spostando la ciocca di capelli che ti cade sugli occhi ogni volta che abbassi la testa; poi appoggi la borsa sul tetto dell’auto e ti dedichi alla ricerca delle chiavi come se scavassi una buca nel terreno. Fa freddo, quel cappotto lungo e con il bavero largo ti modella magnificamente il corpo, invano tento di penetrarlo con lo sguardo. Ti desidero.

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GARBAGE WATCHING

Venite, venite! Accomodatevi e prendete posto a bordo. Basterà appena superare il molo e già inizierete ad avvistare i più begli esemplari della zona. Prego signora, si sieda pure, che si parte…

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ODORE

 Quest’odore. Acido, persistente, che sa di ammoniaca, di spazi ristretti e di corpi ammassati uno sull’altro. Un sentore elettrico frigge nell’aria, pesante e pungente.

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ITINERANTI

  In quei giorni giravamo per le piazze di piccole città di provincia, ma quella domenica decidemmo di restare fermi. Ci sedemmo intorno al tavolo per stappare idee nuove, insieme a qualche birra. Pioveva, forse troppo; il posto era umido e la campagna stava diventando un acquitrino. Non biasimavo la gente: anch’io fossi stato in loro sarei rimasto chiuso in casa.

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INFRADITO

  Era da un po’ che volevo comprarli. Quella domenica la gente girava già in pantaloncini e maglietta, e il negozio, con il suo marchio a forma di globo di un verde malinconico, era aperto.

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LONG LEG

Il faro spuntava da un punto sabbioso del litorale, leggermente ondulato da una rena fine e bianca che sfumava nel grigio. La solitudine del posto e il silenzio che vi regnava, contrastavano con la sonorità dei colori del paesaggio. Quella melodia cromatica era comparabile a una musica lontana e silente, oltre la quale c’era l’oceano azzurro e sconfinato che si confondeva all’orizzonte con il bianco celeste del cielo. Una piccola barca, con le vele latine consunte dal tempo, si faceva strada a fatica lungo la costa, beccheggiando vistosamente.

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PUTTANA

 

​«Impastiamo teorie ultraterrene per sfamare le nostre anime», disse lei, sedendosi sul tavolinetto del salotto.

Lui la guardò, incuriosito. Non capiva perché gli avesse detto quella cosa senza né capo né coda. «Che intendi?» chiese, distendendo le braccia verso l’alto per alleviare il fastidio alla spina dorsale, amplificato dalla forma affossata della poltrona.

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TU SEI IL BENE E LUI È IL MALE

  Afro aprì gli occhi tra pareti bianche e un odore di disinfettante che gli rivoltava lo stomaco. Una flebo gli pendeva dal braccio, immobile, come un’arteria aliena.

«Come ti senti?» La voce di Pato gli arrivò dalla penombra della stanza.

«Come se un autoarticolato mi avesse usato come corsia di sorpasso.» Afro abbozzò un sorriso amaro, ma gli occhi rimasero spenti.

«Questi attacchi non sono più incidenti, sono diventati una scadenza fissa. Quando la smetterai di mescolare veleni?»

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